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ode al vino meridionale

di Alberto De Martini, socio di Viniamo

Il bello, e soprattutto il buono dei vini italiani, sta nella personalità: ogni territorio esprime vini con caratteristiche assolutamente uniche, inimitabili e, con un pizzico di allenamento, inconfondibili. A questo proposito, parlare di vini meridionali tout court è forse un po’ superficiale, ma fino a un certo punto. C’è un dato comune ai buoni vini del sud che spesso me li fa preferire, come categoria, a priori, nel magico momento della scelta. Difficile definirlo, ma c’è. Non vorrei usare i termini tecnici, ma fra questi ce n’è uno che eleggerei a principale e trasversale a (quasi tutti) i miei purpurei eroi: vellutato. E’ quella sensazione che non mi stanco di provare con i vini del sud: quella di un abbraccio caldo e accogliente, senza spigoli e distanze, tipico, non a caso, anche delle persone che quel territorio abitano e quelle uve coltivano con sempre maggior passione e abilità.

Fra le molte zone amo, in particolare, quella campano-lucana e, sopra a tutti, i vini di uva Aglianico, nome che alcuni fanno derivare da “ellenico”, cosa che non sorprende poiché, senza alcun dubbio storico, oltre ad arte e cultura libresca, il nostro sud importò dagli achei preziosi tralci, ed arte e cultura enologiche. Altri sostengono che Aglianico viene da Aglaia, in greco “splendore”, e ci va altrettanto bene. Ma quel che più conta, oggi, è il prodigio sensoriale che si produce in noi al primo sorso di un Serpico o di un Taurasi (quello dei Feudi o il Radici di Mastro, cascate bene). Per dettaglio, il primo è una specie di guru-wine e vi costa sui 40 euro, i secondi sono espressioni perfette del vitigno, impreziosite da un trattamento speciale (invecchiamento di tre anni e altre regole da disciplinare) che li rendono degni della denominazione Taurasi, la quale sta ad Aglianico, per capirci, come Brunello a Sangiovese.

Ma se il vostro budget del momento è più basso, potete godervi le gioie dell’aglianico con gli 8 euro del Rubrato, sempre dei Feudi di San Gregorio, o col Vesevo, aglianico beneventano di grande soddisfazione, anche nel prezzo.

Per concludere, non posso dimenticare un capolavoro assoluto, un rosso del sud che, a mio parere, può reggere e vincere confronti con i grandi bordeaux e con i bordolesi nostrani, per intenderci, di stirpe Sassicaia. Non scomodo a caso gli uvaggi bordolesi, perché il leggendario Montevetrano (è lui, chi altri?) aggiunge ai classici vitigni di Guascogna, solo un dieci per cento di Aglianico, sì poco da sembrare un vezzo, una firma, ma tale non è. Semmai un ritocco, michelangiolesco.

Insomma, se volete il velluto del sud, potete scegliere fra vari e pregiati scampoli di tessuto. Ma sempre in grado di unire finezza e spessore: capacità rarissima nel mondo, ma diffusa fin nei capillari dei prodotti e delle genti del nostro mezzogiorno.

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happy hour casalingo (o casereccio)

di Alberto De Martini, socio di Viniamo

State per portare a termine l’ennesima, interminabile giornata di lavoro, nel corso della quale avete attraversato tre volte la città, legato e slegato sei volte lo scooter, avete la testa calda e a forma di casco con la scritta Nolan incisa sulla fronte, avete collezionato due soddisfazioni e undici incazzature fra clienti e collabboratori, avete le orecchie ronzanti di cellulare e spanate dall’auricolare, malgrado la temperatura fresca dell’aria vi sentite fumare la pelle. Però, adesso è finita. Volete sbattervi su un marciapiede a bere un cocktail brucia-esofago in mezzo al casino? Accomodatevi. Ma il mio consiglio è: andate a casa, di passaggio acquistate un etto di culatello, una forma di pane di grano duro e un mazzo di insalata belga e fate la vostra happy-hour chiacchierando rilassati con la vostra compagna e, se non sono davanti ai loro tre schermi adorati, con i vostri eventuali figli.

Manca qualcosa? No, perché due giorni prima avete ordinato a Viniamo, tra le altre, una bottiglia di Bonarda vivace del mitico Giorgi, produttore dell’Oltrepo’ , e ora è lì, in frigorifero che vi guarda e vi dice stappami e godi.

Credetemi, io lo faccio da un anno, (prima con con un’altra bonarda, perché non avevo scoperto quella di Giorgi) ed è veramente una bella esperienza. Tutto il vostro corpo, cuore e testa compresi, ve ne saranno grati.

Consiglio supplementare: alternate la bonarda alla barbera, anch’essa vivace, sempre di Giorgi. Difficile dire quale sia meglio, ma il turn-over vi garantisce ogni volta quel momento di stupore palatale che vale una giornata di lavoro. Anche in tempi di crisi.

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Io, il branzino e l’Otre (di Teanum)

di Emanuele Nenna, socio di Viniamo

La prima volta è stata all’Elba, durante una cena romantica all’Ostrica, uno dei ristoranti dell’isola che preferisco in assoluto: terrazza sul mare della Biodola, cucina di qualità ma non troppi fronzoli. Meraviglioso.

E’ lì che per la prima volta ho assaggiato, su consiglio del bravo oste, un negramaro leggero (abbastanza leggero) bevuto fresco. Mi hanno spiegato che poteva essere bevuto freddo (a differenza di altri vini) perché era abbastanza profumato da non perdere sapore con qualche grado in meno, e abbastanza leggero per non “schiacciare” il gusto del pesce. E’ leggero perchè resta poco sulle bucce, mi hanno detto. Comunque: sarà stata l’atmosfera, il tramonto, la compagnia, fatto sta che mi è piaciuto, e molto.

Allora, visto che amo sperimentare ciò che imparo (o penso di avere imparato), pochi giorni fa ho cercato su Viniamo un vino che avesse più o meno le stesse caratteristiche. Anche grazie ad un prezioso suggerimento (di Francesca) l’ho trovato: si chiama Otre, ed è un Negramaro delle Cantine Teanum. Comprato, ricevuto e provato ieri sera, per accompagnare un buonissimo branzino al sale. Verdetto: ci siamo, alla grande. E non è solo un parere mio: il branzino (e l’Otre) sono stati condivisi con un paio di amici che, come me, amano le cose buone. E il giudizio, unanime e sorpreso (i pregiudizi abbondano): esperienza da ripetrere e da consigliare.

Quindi ve la consiglio: lo trovate su viniamo cliccando qui.

Provate e sappiatemi dire. Ogni commento è ben accetto.

Emanuele

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