GIBELE’, SPLENDIDO CROCEVIA TRA CULTO ED ERESIA.

Zabib, in arabo, significa uvetta, uva passita. Furono i Fenici a portare dall’Egitto a Pantelleria, qualche migliaio d’anni fa, quell’uva che ora chiamiamo Zibibbo, o Moscato d’Alessandria. Ma, se il nome Moscato indica solo una varietà d’uva, il termine Zibibbo contiene già un’indicazione d’uso. Dice: fatela passire, e vedrete…E infatti abbiamo visto, e bevuto tutti,  i magnifici Passiti di Pantelleria, vini dolci perché fatti con uva, come dicono i colti, surmatura.

Ma che cosa succede, amici di Viniamo, se quell’uva vien fatta maturare il giusto, e poi spremuta in modo classico, e poi messa a vinificare in tini d’acciaio per quattro mesi, come si farebbe con grappoli di Pinot Grigio o di Chardonnay? L’esperimento, che sa di eccitante eresia, l’ha compiuto, pensate,  proprio il sommo sacerdote del passito, il produttore che nel 1880, sull’erba marsalese ancora schiacciata dagli anfibi dei Mille, fondò un’azienda vinicola che oggi risplende, in gran parte per la grandezza dei suoi vini dolci, di meritata fama italiana e mondiale: Pellegrino.

Il risultato? Giudicatelo voi. Per noi di Viniamo è stata una meravigliosa sorpresa. Il Gibelé premia il coraggio trasgressivo e geniale di un produttore tanto antico quanto moderno, perché sorretto e sospinto dalla passione, unico ponte praticabile verso il bello, il giusto, il nuovo. Il Gibelé è un vino secco unico al mondo. Anche un profano ne rimane colpito, perché il suo profumo di agrumi, rampicanti di primavera e pesca bianca ti coglie anche se non lo cerchi e la sua lunga, incredibile persistenza aromatica continua a parlarti, anche quando smetti di ascoltarla.

Provatelo, per l’amor del cielo, in onor vostro e di una grande storia che merita di essere gustata, a piccoli sorsi.
www.viniamo.it/744-gibele.html

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PARATINO DI SAN PATRIGNANO

Si sa, quella di San Patrignano è una bella storia. La comunità di recupero dalla tossicodipendenza più grande d’Europa nasce nel 1976 nel Riminese ad opera di Vincenzo Muccioli, cui succede il figlio Andrea. I Muccioli capiscono ben presto che, liberi dalla dipendenza, ai ragazzi del “Sanpa” rimane il problema del lavoro. Ed ecco la soluzione: permettere ai ragazzi prima di imparare e poi di esercitare un’attività all’interno del grande territorio della comunità. Oggi il Sanpa eroga servizi di grafica e comunicazione, organizza corsi di equitazione, alleva cani di razza, crea manufatti tessili, coltiva piante e fiori e…produce vino. Ma non vino qualsiasi, perché, così come gli ex-fumatori adorano l’aria pulita, così gli ex-scoppiati (lo diciamo con immenso affetto) adorano il rigore e le cose fatte a regola d’arte. Non è un caso se, fra le prime iniziative della nascente cantina, compare la precettazione del grande enologo Riccardo Cotarella.

Risultato: in pochi anni, undici volte tre bicchieri per le bottiglie del Sanpa. Non male, vero? E allora eccone a voi una che rappresenta anche il capitolo più recente della storia eroica ed enoica della comunità.

Il Paratino, infatti, nasce in Romagna come prodotto imbottigliato, ma le sue uve provengono, ohibò, dalla Maremma. Sorprendente, certo. Ma i più sorpresi furono proprio i ragazzi del Sanpa, quando scoprirono, nel 1993, che un generale in pensione (chissà, forse padre riconoscente di uno dei tanti ragazzi salvati) aveva donato loro una tenuta di ben venticinque ettari davanti al mare di Cecina, Livorno. E, visto che sapevano fare, e bene, il vino di Romagna, si misero a fare, e bene, il vino di Maremma, con tutte le sue tipiche caratteristiche bordolesi: vitigno Cabernet Franc, affinamento in piccole botti…se fossimo dei pubblicitari, scriveremmo, con un facile slogan: il Sassicaia del Sanpa. E siccome lo siamo, ebbene, lo diciamo!

Provate allora il Palatino, e godetene con la paciosa serenità di chi è consapevole di compiere, contemporaneamente, un po’ di bene per il prossimo e un po’, o meglio, un sacco, per se stesso.
Provala su :www.viniamo.it/la-chicca/730-il-paratiino.html

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SPUMANTE, CLASSICO, BIOLOGICO, LAZIALE: UNA CHICCA CHE PIU’ CHICCA NON SI PUO’.

Cari amici del buon vivere e del buon bere, abbiamo l’onore di informarvi che la “chicca” di Viniamo di questo mese è una chicca che più chicca non si può.

Intanto è uno spumante metodo classico che viene dal Lazio, caratteristica che ne fa già un pezzo raro e, diciamolo, una notizia. L’idea, meritoria, visto soprattutto il risultato, è dell’azienda Carpineti, adagiata su un territorio estremamente ricco di qualità storiche, climatiche e geologiche.

La zona è infatti quella di Cori, una cittadina che risale al IV secolo avanti Cristo. Altitudine ed esposizione sono perfette per la coltivazione della vite finalizzata alla produzione di vino di qualità, e anche il terreno, vulcanico-tufaceo, aiuta a drenare l’acqua in eccesso garantendo agli anici un giusto tenore minerale e zuccherino.

Ma c’è di più, ed è l’impegno di Carpineti verso una filosofia produttiva 100% biologica. Noi non siamo estremisti del “bio”, perché il vino può essere sano e sicuro, anche utilizzando un po’ di chimica “buona”, ma, certo, se si riesce a farne di ottimo, sopperendo a quegli aiuti con un impegno quasi religioso verso la natura, che comporta doppia dedizione, attenzione e fatica, beh, tanto meglio, e tanto di cappello.

Ma la cosa bella è, che dopo tutti questi discorsi sul come e sul perché, il Brut di Carpineti è proprio buono. La generosità del vitigno autoctono Bellone (che si chiama così per la bellezza e la ricchezza dei suoi acini), i venti mesi di contatto in bottiglia con i suoi lieviti, l’osservanza rigorosa dell’antico metodo di Dom Perignon, rendono questa “bollicina” davvero notevole e noi, per tutte queste ragioni, l’abbiamo scelta per voi.

Perciò stappatela in grande serenità, chiudete gli occhi, e fatevi raccontare di nuovo, questa volta da lei, la sua nobile storia. A lieto fine.

Provala su www.viniamo.it/722-spumante-brut.html

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CARMENERE: GRANDEZZA DI UN UVA (QUASI) SCONOSCIUTA

La chicca di Viniamo di questo mese è una vera rarità. Non tanto per la bottiglia in sé, che viene prodotta in 60.000 esemplari, ma per il vitigno, che, pur avendo una storia nobile e antica, viene ora coltivato da pochissimi produttori in Europa.

Il Carmenere è infatti un fratellino del Cabernet, del Malbech, del Merlot: i vitigni che hanno reso grande il vino bordolese. Tutti derivano infatti dalla  Vitis Biturica, un’uva importata in Francia molti secoli fa dalla Dalmazia. Solo che la variante Carmenere fu sterminata dalla filossera a fine Ottocento e, in Francia, se ne persero le tracce. Ricomparve in Italia, come spesso accade alle decisioni di successo, per errore, scambiata per Cabernet Franc, e impiantata soprattutto in Veneto, dove, rilevate le sue straordinarie qualità, la prestigiosa azienda Inama la elesse a vitigno di riferimento per la produzione dei suoi rossi.

Ed eccone qua, per voi, l’espressione a nostro avviso migliore, a un prezzo di grande attrazione: il Carmenere Più, per l’appunto, di Inama.

Evidentemente gli Inama hanno visto giusto, individuando nella struttura argillosa dei Colli Iberici l’ambiente ideale per restituire al Carmenere la gloria perduta.  Un rendimento non intensivo, un’accurata selezione dei graspi e un invecchiamento di 24 mesi, di cui 12 in barrique, completano l’opera.

Il risultato  è un vino davvero speciale: il colore è rosso cupo con riflessi blu-violacei. Il naso è elegante di piccole bacche scure, cacao e pepe nero. Al palato è equilibrato, di ottima freschezza, fruttato senza impedimenti tannici.
Il “Più” si esprime al meglio con i salumi (se li trovate, meglio quelli tipici dei Colli Berici: soppresse, pancette e salami all’aglio), ma è perfetto anche con la carne, massime le grigliate di maiale.

Ordinatelo con fiducia: uscirete per una volta dalle  solite strade e scoprirete un nuovo piacere, insieme semplice, raro e raffinato.

Vuoi assaggiarlo? Clicca qui : www.viniamo.it/707-carmenere-piu.html

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UN GRANDE ROSSO, DOVE NON TE LO ASPETTI.

Nel mondo del vino, e non solo, il nome del territorio vale quanto, e a volte di più, di una marca. D’altronde proprio “territorio” è uno dei significati originari della parola marca. Basta pensare alle Marche o alla Marca Trevigiana. In termini di marketing (parola con la stessa radice), un vino gode quindi di un pregiudizio positivo o negativo, a seconda del territorio da cui proviene.

Ebbene se vi dico Lunigiana, a che cosa pensate? Ma sì, quei buoni vinelli bianchi da bere col pesce, sulle spiagge della Versilia. Giusto, per carità: il Vermentino è una delle bandiere della Lunigiana enoica e in genere è un bianco, come si dice, beverino… Però attenzione ai pregiudizi. Perché il signor Bosoni, proprietario e animatore proprio di quell’azienda, Lunae, di cui avrete bevuto ettolitri di vermentino sgranocchiando canocchie nella brezza fresca delle Apuane, si è messo lì come fanno i lunigiani, niente distrazioni o scorciatoie, e l’ha fatto. Cosa? Sì signori, un grande rosso, e tutto in onore del suo territorio.

Si comincia col nome: Niccolò V, in onore del papa nativo di Sarzana. Si procede con i cru, situati nei comuni di Ortonovo e Castelnuovo Magra e con l’uvaggio, che, oltre ai doverosi (per un rosso con ambizioni da super-tuscan, seppur di confine) Sangiovese e Merlot, accoglie il Pollera Nero, autoctonissimo vitigno della Val di Magra.

E come si conclude? Perbacco, nel vostro bicchiere, dove questa perla rara e preziosa esibirà stoffa ed eleganza: qualcosa di noto in cui riecheggiano  grandi maremmani come il Grattamacco o il Guidalberto  e qualcosa di suo che, come per tutti i prodotti di grande personalità, sfugge a definizioni standardizzate e si affida al vostro palato per essere vissuto, accolto, e capito.

Perciò provatelo, questo Niccolò V e non stupitevi se, appena dopo, vi verrà voglia di impartire benedizioni, urbi et orbi.

Vuoi assaggiarlo? Clicca qui: http:// http://www.viniamo.it/696-niccolo-v.html


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