Baron Fuenté

Ogni tanto le favole diventano realtà.

È indubbiamente il caso di questa maison e del suo capolavoro, premiato al prestigioso Concours de Bruxelles 2010 come miglior Champagne. Tradotto: le migliori bollicine al mondo. Il vino potete comprarlo e godervelo quando vi pare, e non costa neanche tanto, per il suo livello, anzi: a 33 euro trovate anche bollicine di medio livello, mentre qui siamo al top assoluto. Invece, la favola, se volete sentirla, ve la racconto.

La maison dei Baron, antica famiglia adagiata sui colli di Reims, esisteva da secoli, quando un suo rampollo, Gabriel, nel non lontanissimo 1966, decise di sposarsi con una straniera: la bellissima, andalusa señorita Dolores Fuente. Il patriarca non si scompose. Al contrario, regalò un ettaro di vigne  alla coppia, come dire, altro che un brindisi: cinque, seimila bottiglie all’anno!

Nacquero così i primi Champagne etichettati Baron Fuenté, con un accento abusivamente sciovinista, giusto per sembrare del tutto francese. Da allora fu un crescendo rossiniano. Oggi la super-coppia possiede 35 ettari di paradiso e produce il miglior champagne del mondo. Si potrebbe dire “e vissero tutti felici e contenti”. E la cosa bella è che in quel “tutti”, quando stappiamo una loro bottiglia, ci siamo anche noi!

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Capire il vino aumenta il piacere?

Riprendo un articolo scritto per Gazzetta.it circa un mese fa. Spero vi piaccia :)

“Io sono curioso. Non so se applico la mia curiosità anche alla passione per il vino, oppure se anche la mia passione per il vino è dovuta alla curiosità. Poco importa. Sta di fatto che mi rendo conto di replicare uno stesso tipo di approccio a diverse forme di piacere. Per esempio: alle montagne, agli alberi, agli uccelli, al vino.

Quanto entro in contatto con una di queste cose (e anche con altre che non cito per non rendere l’elenco interminabile e quindi inutile, come ogni elenco che non esclude nulla) avverto contemporaneamente due sensazioni. Una è piacere immediato. L’altra è desiderio di amplificare quel piacere con il contributo del cervello, cercando di ricordare, o di scoprire, qualcosa di più di ciò che, già nella sua isolata nudità, mi fa sentire bene, ma (lo sento e lo so) può farmi sentire ancora meglio.

Allora voglio sapere che montagna è: se è il Pelmo o il Civetta, se è più alto o più basso dell’Antelao e se domina la valle di Agordo o il Passo Giau.

Voglio sapere se è un pino o un abete, e che differenza c’è tra un pino e un abete, e scoprire che improvvisamente, dopo cinquant’anni di nomi dati a caso, ora lo so: l’abete ha foglie ad ago singolo, il pino a ciuffi. Che bello!

E quella è una cinciallegra, perché ha un verso bitonale, e va in giro con il suo compagno, per nulla maschilista visto che cova e nutre i piccoli alternandosi a lei.

Infine, e siamo a noi, voglio sapere tutto di questo Sfursat della Valtellina [qui la scheda di un grande Sfursat]. Innanzitutto chi si è sforzato? L’uva o il viticoltore? Tutti e due: l’uva a restare ancora un po’aggrappata alla vigna, quasi a passire. Il viticoltore ad attendere quei pochi giorni in più, per cogliere il momento magico in cui il Nebbiolo (ohibo’, vecchio amico piemontese, che ci fai qui,tra i bricchi dei Lumbard?) dà il meglio di sè.

E adesso versarlo in un bicchiere a gambo lungo e nuovamente chiedermi perché? Ma certo, per tenerlo lontano dal calore, ma anche dall’odore della mia stessa mano!

Poi odorarlo e provare a cogliere quei profumi di cui i sommelier si riempiono la bocca, certo, ma prima ancora il naso. E sentili! Allora, per Bacco, non son fandonie! Eccola la crosta di pane, la liquerizia e persino la frutta secca!

E quando poi fai scorrere sulla lingua e attorno ad essa, e poi contro il palato quel granato nettare di uomo, di storia e di natura, e riconosci i tannini della vite e del legno del barrique e quella misteriosa, magica nota di vaniglia, allora vuoi dirmi, amico mio, se il capire e il sapere davvero riescono a valicare l’arido confine dell’intelletto e nutrire di nuovi impulsi il piacere dei sensi? O se invece è mera illusione, e il mio Sfursat sarebbe altrettanto godibile col suo semplice esistere, così com’è?

La risposta, direbbe qualcuno, scivola nel vento. Già, ma di libeccio o di maestrale?”

Ps: il post originale lo trovate qui.

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Ma d’estate davvero niente rosso?

A me, ve lo dico, è sempre sembrato strano. Com’è strano che col freddo non si mangi il gelato. Ma che, il gelato te lo spalmi addosso? No, te lo mangi. E produce un sacco di calorie! Per questo mi potete tranquillamente veder passeggiare per Corso Vercelli, sotto la neve con un cono crema e caffè di Grom appena servito.

Lo stesso, al contrario, vale per il vino rosso. C’è gente che si fa tranquillamente dei bianchi barricati da 14 gradi (tanto di cappello, intendiamoci bene, io per un Efeso di Librandi, o per un Quater di Firriato, [qui e qui le schede del nostro sommelier] estate o no, venderei mio fratello su e-bay) sotto l’ombrellone, per poi svenire in un bagno di sudore, ma poi, a cena, col fresco della brezza di terra, rifiutano sdegnosamente, che so, un Vertigo di Felluga, un rosso che coi crostacei è una assoluta meraviglia.

Poi c’è la moda dei rossi freddi con il pesce. Moda a cui aderisco, a volte, con vivo piacere. Per esempio, provate l’Ormeasco di Ramoino a otto/dieci gradi di temperatura, non di meno per cortesia, se no lo ammazzate.  Beh, con una decina di euro godrete una serata deliziosa, dall’antipasto con grissini e culatello, fino al roast-beef o, se bazzicate nella zona giusta, alla costina di abbacchio scottadito.

Ma se volete andare veramente e saggiamente controcorrente, allora fatevi una zuppa di verdura tiepida, aggiungetevi un bel cucchiaio di extra-vergine a crudo e stappatevi un Gualdo del Re [qui la scheda], sangioveto grosso in purezza di Val di Cornia, in santa pace. Alla faccia degli integralisti del vermentino.

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Primi passi nel mondo del vino

Questa proposta è pensata non solo per i “principianti”, ma per tutti coloro che, in sole sei bottiglie, vogliono tentare un volo in grado di coprire l’intero territorio vinicolo nazionale.

Primi passi nel mondo del vino

Cominciando da nord, era d’obbligo partire dal Nebbiolo: il vitigno che da secoli è la base per capolavori che si chiamano Barolo, Barbaresco, Gattinara e, più recentemente, i mitici Sfursat di Valtellina. Questo si chiama solo Nebbiolo e, sebbene gli abbiano aggiunto il nomignolo Regret, il vostro unico rimpianto sarebbe non averlo assaggiato.

Spostandosi ad est, eccoci a stappare la Valpolicella di Caterina Zardini. Corrispettivo veneto del Nebbiolo, la Valpolicella non è un vitigno, ma una zona: quella in cui si coltiva prevalentemente l’uva Corvina, base del Valpolicella e del grande Amarone, che qui avvertite in potenza, cioè senza tutta la struttura regalata dal tempo, ma, in cambio, con una morbidezza unita a una ricchezza già pronta per garantire un piacere intenso e genuino.

Naturalmente, il prossimo salto è verso la Toscana, destinazione Montalcino: là dove un’altra uva-celebrità, il Sangiovese, o Sangioveto, Grosso ha consentito, assieme a un terroir strepitoso, la nascita e il successo internazionale del Brunello, qui interpretato da un’azienda che è una certezza.

Altro volo, altra meraviglia: questa volta è l’Aglianico, vitigno principe di Campania e Lucania, a regalarci sensazioni ancora nuove e diverse, ma ancora magiche e intense. Vino adorato da chi non vuole difficoltà da superare nella degustazione, ma solo piaceri, sapori e profumi da godere hic et nunc, l’Aglianico, una volta provato, spesso si trasforma nel vino di ogni giorno: compagno di cene in famiglia, così come gioiello da esporre e proporre in cene di rappresentanza.

Penultima tappa: la Sardegna, una regione da sempre generosa di ottimi vini, ma solo da alcuni anni pienamente riconosciuta ai massimi livelli, grazie all’opera di produttori appassionati e ambiziosi. Come Giuseppe Sedilesu, che qui ci propone una superba interpretazione del vitigno più classico fra gli autoctoni dell’isola: il Cannonau.

E come si poteva concludere il giro dell’Italia enoica, se non con il Nero D’Avola? Lasciate dire agli snob Sine NOBilitate, per l’appunto, che è solo un vino di moda. La moda c’è, ma resiste, perché è meritata. Dove li trovate, infatti, quei seducenti, irresistibili sentori di mammola che il Nero D’Avola sa sprigionare, specie se interpretato da un super-maestro come Firriato?

E a desso basta con le parole: partite per questo incredibile viaggio. E mi raccomando: tenete un diario. Vi tornerà utile per scegliere le prossime destinazioni.

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Post post-Vinitaly

Al Vinitaly di quest’anno si assaggiava la ripresa. C’era tanto movimento, ma soprattutto entusiasmo: voglia di tornare a crederci e individuazione, nel vino, di una chiave forse più pronta di altre a riaccendere i motori del made in Italy.

E poi tante, tante idee, da quelle di packaging a quelle di prodotto: una passione che si sentiva con gli occhi, al naso e al palato, come un vino di freschezza e, insieme, speriamo, di vera struttura!

Un paio di esperienze su tutte: le degustazioni ai Vigneti Zabù, con l’Impari e il Passo a svettare per un incredibile rapporto qualità/prezzo. E poi il Pazzia di Farnese: un primitivo da urlo!

Carlo Ottaviano, Francesco Moser, Alberto De Martini e Pier BergonziFoto ricordo con Carlo Ottaviano (Direttore Editoriale di Gambero Rosso), il mitico Francesco Moser, io e Pier Bergonzi (Capo redattore centrale de La Gazzetta dello Sport).

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