AMBRAE DEL POLIZIANO, UN BIANCO PIU’ UNICO CHE RARO.

Amici del buon bere e del buon vivere, la chicca di Viniamo di questo mese vi farà particolarmente felici. Sia sul piano dei sapori, sia su quello dei saperi. Si tratta infatti di un bianco sperimentale, e per questo molto raro, tentato (e Dio sa quanto ben riuscito!) dal grande Carletti dell’azienda Poliziano sita in Montepulciano.

L’azienda e la zona sono infatti notoriamente vocate ai rossi e in particolare al Nobile di Montepulciano, magnifica variazione, così come il Chianti, il Brunello di Montalcino e il Morellino di Scansano (per restare in Toscana) sul tema del vitigno Sangiovese, qui di casa sotto il nome di Prugnolo Gentile.

Ma un grande appassionato come Carletti non poteva non tentare, anche solo per curiosità, una sua via al bianco. Per farlo, ha dedicato piccoli appezzamenti a una notevole varietà di uve a bacca bianca: Chardonnay, Sauvignon, Riesling, Gewurztraminer, Ribolla e Semillon. Poi, quando le ha viste belle pronte, le ha unite in matrimonio, ottenendone un figlio di qualità assolutamente strepitosa.

Il suo nome, Ambrae, è ispirato a un corso universitario tenuto a fine ‘400 presso l’università di Firenze dal Poliziano, poeta e uomo di così grande cultura da essere chiamato dal Magnifico a far da precettore ai figli Piero e Giovanni. Il sommo si chiamava in realtà Angelo Ambrogini, ma fu detto il Poliziano dal nome antico della sua città natale, Monte Policiano, oggi, Montepulciano.

Insomma, come per molti vini, una gran bella storia, che però varrebbe poco o niente se non finisse in gloria e godimento dei nostri nasi e dei nostri palati.

Ed è così che, per nostra fortuna, finisce la storia dell’Ambrae: vino che converge al naso i profumi dei suoi nobili vitigni in una miscela unica che ti affascina fin quasi a stordirti, e poi si conferma al palato combinando in modo sorprendente doti di freschezza e di struttura. Perciò, amici,  ordinate serenamente questo rarissimo capolavoro e brindate a un’estate dorata, alla salute dei principi e poeti di un tempo che fu, ma soprattutto dei bravi vignaioli di oggidì.

Vuoi assaggiare? Clicca qui: www.viniamo.it/694-ambrae.html

Plaisir: incontro magico fra Abruzzo e Sardegna

Ragazzi, quella di Giugno è una vera super-chicca, per almeno sei buoni motivi. Intanto è un vino abruzzese, quindi fuori dalle strade più battute, certo non per demerito della regione, straordinariamente bella, vocata e prodiga di bravi produttori. Poi è una creatura del mitico Marcello-Ciccio Zaccagnini, geniale, creativissimo vignaiolo, sostenitore (non per primo, ma certo fra i più attivi) del connubio arte-vino: pensate che nella sua Bolognano, 1300 anime in un paradiso di sole fra il mare e la Maiella, organizzò uno delle più belle mostre all’aperto a memoria d’uomo, protagonista Joseph Beuys, grande artista tedesco sostenuto e quasi adottato dagli appassionati d’arte del salotto di Zaccagnini. Terzo, si tratta, direi finalmente, di un vino da dessert, tipologia troppo spesso trascurata da critici e consumatori. Quarto: è un vino da dessert rosso, ulteriore rarità. Quinto, a conferma della incontenibile genialità del produttore, per farlo è stato scelto non un vitigno autoctono, e nemmeno peninsulare, ma il il vitigno sardo per antonomasia: il Cannonau.

Il perché di questa scelta andrebbe chiesto a Marcello. Ma lui ama rispondere con la qualità del suo prodotto. E, anche in questo caso, la risposta è mirabile, stupefacente. Forse ispirato dai passiti sardi a base di Cannonau, come il celebre Anghelu Ruju di Sella e Mosca e da qualche affinità fra i due terroir, sardo e abruzzese, il mecenate di Bolognano ha estratto dal cilindro un vero capolavoro, in cui le qualità aromatiche tipiche del vitigno assumono venature originalissime, contraddistinto da una incredibile ampiezza del gusto e un tocco di leggera, piacevole tannicità.

Ecco, il sesto motivo, naturalmente, è questo, ed è anche il primo per importanza, poiché dà senso e ragione a tutti gli altri: il piacere. Abbandonatevi ad esso, degustandovi un calice fresco di questa vera magia granata, magari dopo una cena in giardino, quando gli ospiti inutili se ne sono già andati e, con voi, sono rimasti solo quelli giusti!

Vuoi assaggiarlo? Clicca qui: www.viniamo.it/693-passito-rosso-plaisir.html

Otello delle brume

C’era una volta un oste che accoglieva i suoi ospiti, al riparo dalle pesanti brume della bassa parmigiana, a fette di culatello e calici di Lambrusco. Quel Lambrusco andava a fiumi, tanto che l’oste, Otello Ceci, un giorno, anziché comprarlo, decise di mettersi a produrlo in proprio. Correva l’anno 1938.

Stacco. 2008. Il Lambrusco dedicato al nonno Otello dai suoi nipoti e pronipoti, e quindi col suo nome in etichetta, è il primo nella storia a meritare i prestigiosi 5 Grappoli, massimo riconoscimento dell’autorevole guida enoica Duemilavini.

Poteva Viniamo esimersi, almeno una volta, dall’eleggere a “Chicca del Mese” il Lambrusco di Otello? Certo che no, e infatti eccoci qui ad offrirvelo, per allietare di delizia e freschezza i vostri aperitivi e pranzi di primavera.

In particolare, abbiamo scelto, udite che nome!, l’Otello Rock Nero. Otello, adesso, sappiamo perché. Nero perché è un Lambrusco tosto, di quelli scuri che lasciano non solo la macchia, ma anche l’alone. Ma Rock? Il sito dei Ceci lo spiega. Rock perché estremo, senza freni, senza compromessi. Insomma un lambrusco utopico, l’idea platonica di Lambrusco strappata alle ombre e trasformata in concreta, sensuale realtà.

Eh già, come direbbe un rockettaro della zona, perché il nome, già lungo, non è ancora finito. Mancava Extra Dry, che è conferma e suggello di quanto espresso da Otello-Rock-Nero. Infatti l’essere davvero secco è quella caratteristica mancante al Lambrusco corrente, non solo a quello amabile, che ne è esente in pieno diritto, ma anche a quello secco, di solito per modo di dire.

Insomma nessun difetto? Esatto nessuno. E, in ogni caso, non chiedetelo all’oste: che in questo caso sono io! Oste e, in sovrappiù,  innamorato da sempre del Lambrusco e della sua cupa, seducente allegria.

Vuoi assaggiare? Clicca qui: www.viniamo.it/672-spumante-rock-otello-dry-nero.html

Rumpotino, la grande storia di un nuovo piacere.

Cari vinofili, eccoci di nuovo qua per presentarvi la “chicca” di Viniamo per il mese di Aprile.

Anche questa volta, preparatevi a una bella scoperta. Abbiamo scovato il Rumpotino, che prima di tutto è un fior di Sangiovese toscano della sempre più emergente Val di Cornia (di fronte all’Elba, per capirci), e poi ha molto di speciale: una storia che, come accade ai grandi vini, diventa profumo, sapore, piacere.

Cominciamo dall’azienda: i Muratori sono imprenditori tessili col pallino del vino. Quindi piantano vigne in Franciacorta, ma poi si chiedono: perché fermarci qui? Allora inventano l’Arcipelago Muratori, il cui concetto è valorizzare diversi terroir in giro per l’Italia, cavandone il meglio possibile con la filosofia triangolare (unica vincente): rigore, tradizione, innovazione. Tra le isole dell’arcipelago, i Muratori selezionano la Val di Cornia e su quelle meravigliose lande assieme verdi e assolate, campagnole e marinare, si impegnano sui due fronti classici della viticoltura tosco/maremmana: da un lato il Sangiovese, padre del Chianti e del Brunello, dall’altra le uve bordolesi, per capirci, base del miracolo Sassicaia e non solo.

Tra i magnifici esiti di questo approccio, a noi è piaciuto il Rumpotino, Sangiovese al 90% con complemento di Ciliegiolo.

Il suo nome rimanda a una tecnica di coltivazione della vite in uso presso gli Etruschi, che appendevano i tralci ai rami degli alberi di alto fusto. Ma la sua peculiarità è un’altra.

Il suo nome completo è infatti Rumpotino in Barricoccio, e il Barricoccio è un’invenzione di quel diavolaccio di Francesco Iacono, il professore di agronomia cui i Muratori hanno affidato il destino del loro sogno enoico.

Il diavolaccio dev’essersi detto: bravi i francesi a inventare il barrique, che per forma e dimensione è il luogo ideale di conservazione e affinamento del vino, ma bravo anche quel matto di Josko Gravner che ha recuperato l’anfora dalle tradizioni vitivinicole dell’antichità, perché la terracotta, a differenza del legno, non trasferisce odori e sapori al vino, mutandone, seppur per alcuni in meglio, le caratteristiche organolettiche. Ed ecco allora nascere il Barricotto: un contenitore della forma e della dimensione del barrique, ma fatto con la materia dell’anfora.

Barocchismo filologico? Un par di palle! Bevete un sorso di Ramputino e sentite che cos’è! Io non avevo mai assaggiato un Sangiovese di sette anni capace di conciliare così bene doti di maturità e di freschezza, cioè, in fin dei conti, di forza e di bevibilità che, a parer mio, dovrebbero sempre convivere in un buon vino da pasto.

Per cui bravi Muratori, bravo Iacono e, soprattutto bravi voi, se metterete in tavola il Rumpotino in Barricoccio, incrocio rocambolesco fra le storie della Franciacorta dei Muratori, della Toscana del Sangiovese, della Francia dei barrique e della Slovenia “Friulana” di Josko Gravner.

Fatemi sapere!

Volete assaggiarlo? Cliccate qui: http://www.viniamo.it/671-rumpotino-in-barricoccio.html

Poculum la nuova chicca di Viniamo

Preparatevi a cambiare idea. La chicca di Viniamo di questo mese vi farà questo effetto. Un effetto piacevole, liberatorio. Perché l’idea che cambierete è in realtà un pregiudizio: quello secondo cui l’Oltrepò Pavese è una campagna di serie b che produce vini di serie b. Confessatelo, lo pensate anche voi. E adesso, se amate cambiare idea, come accade, si dice, alle persone intelligenti, assaggiate il Poculum dei Fratelli Agnes. Ecco fatto, il secondo pregiudizio, quello sul vino di serie b, salta per aria come un birillo colpito da una palla di bowling. Il Poculum è un rosso di gran razza, irrompe nel naso con garbata potenza di frutta rossa speziata; la bocca diventa impaziente, prima, e infine premiata da una forza suadente e vellutata.

Il passaggio in barrique è solo una delle tante amorevoli cure riservate dai bravissimi fratelli Agnes, da decenni punti di riferimento della loro regione vinicola, a questo croatina in purezza, vitigno nobilissimo pur se associato, normalmente, a vini sempliciotti, diciamo beverini. Eppure, non dimentichiamolo, la croatina è tra le uve che compongono il disciplinare dell’Amarone, vera istituzione enoica nazionale. Perciò, se trattata a dovere, può e deve generare meraviglie.

Infine, non me lo sono dimenticato, se volete liberarvi anche del primo pregiudizio, quello sulla campagna di serie b, bendatevi e gli occhi e fatevi portare a Rovescala, dove nasce questa splendida bonarda, e dove, in un rogito notarile del 22 marzo 1192, conservato a Milano presso l’archivio di Stato, tre feudatari lombardi, imposero al conte Anselmo, di cui erano creditori, non la restituzione del denaro, bensì la fornitura di 600 congi (20 ettolitri) “de puro vino suarum vinearum de Rovoscalla, de meliori quod habuerit super locum “. Bene, adesso toglietevi la benda e guardatevi intorno: se vi dicessero che dietro quella curva di strada bianca, nascosta dal decimo cipresso, c’è Gaiole, o Montepulciano, non fareste fatica a crederlo. Invece siete in Lombardia, a due passi dalla cantina che nasconde un grandissimo rosso italiano. E che Viniamo, se volete, è pronto a svelarvi.

Volete assaggiarlo? Cliccate qui:www.viniamo.it/670-poculum.html