Capire il vino aumenta il piacere?

Riprendo un articolo scritto per Gazzetta.it circa un mese fa. Spero vi piaccia :)

“Io sono curioso. Non so se applico la mia curiosità anche alla passione per il vino, oppure se anche la mia passione per il vino è dovuta alla curiosità. Poco importa. Sta di fatto che mi rendo conto di replicare uno stesso tipo di approccio a diverse forme di piacere. Per esempio: alle montagne, agli alberi, agli uccelli, al vino.

Quanto entro in contatto con una di queste cose (e anche con altre che non cito per non rendere l’elenco interminabile e quindi inutile, come ogni elenco che non esclude nulla) avverto contemporaneamente due sensazioni. Una è piacere immediato. L’altra è desiderio di amplificare quel piacere con il contributo del cervello, cercando di ricordare, o di scoprire, qualcosa di più di ciò che, già nella sua isolata nudità, mi fa sentire bene, ma (lo sento e lo so) può farmi sentire ancora meglio.

Allora voglio sapere che montagna è: se è il Pelmo o il Civetta, se è più alto o più basso dell’Antelao e se domina la valle di Agordo o il Passo Giau.

Voglio sapere se è un pino o un abete, e che differenza c’è tra un pino e un abete, e scoprire che improvvisamente, dopo cinquant’anni di nomi dati a caso, ora lo so: l’abete ha foglie ad ago singolo, il pino a ciuffi. Che bello!

E quella è una cinciallegra, perché ha un verso bitonale, e va in giro con il suo compagno, per nulla maschilista visto che cova e nutre i piccoli alternandosi a lei.

Infine, e siamo a noi, voglio sapere tutto di questo Sfursat della Valtellina [qui la scheda di un grande Sfursat]. Innanzitutto chi si è sforzato? L’uva o il viticoltore? Tutti e due: l’uva a restare ancora un po’aggrappata alla vigna, quasi a passire. Il viticoltore ad attendere quei pochi giorni in più, per cogliere il momento magico in cui il Nebbiolo (ohibo’, vecchio amico piemontese, che ci fai qui,tra i bricchi dei Lumbard?) dà il meglio di sè.

E adesso versarlo in un bicchiere a gambo lungo e nuovamente chiedermi perché? Ma certo, per tenerlo lontano dal calore, ma anche dall’odore della mia stessa mano!

Poi odorarlo e provare a cogliere quei profumi di cui i sommelier si riempiono la bocca, certo, ma prima ancora il naso. E sentili! Allora, per Bacco, non son fandonie! Eccola la crosta di pane, la liquerizia e persino la frutta secca!

E quando poi fai scorrere sulla lingua e attorno ad essa, e poi contro il palato quel granato nettare di uomo, di storia e di natura, e riconosci i tannini della vite e del legno del barrique e quella misteriosa, magica nota di vaniglia, allora vuoi dirmi, amico mio, se il capire e il sapere davvero riescono a valicare l’arido confine dell’intelletto e nutrire di nuovi impulsi il piacere dei sensi? O se invece è mera illusione, e il mio Sfursat sarebbe altrettanto godibile col suo semplice esistere, così com’è?

La risposta, direbbe qualcuno, scivola nel vento. Già, ma di libeccio o di maestrale?”

Ps: il post originale lo trovate qui.

Ma d’estate davvero niente rosso?

A me, ve lo dico, è sempre sembrato strano. Com’è strano che col freddo non si mangi il gelato. Ma che, il gelato te lo spalmi addosso? No, te lo mangi. E produce un sacco di calorie! Per questo mi potete tranquillamente veder passeggiare per Corso Vercelli, sotto la neve con un cono crema e caffè di Grom appena servito.

Lo stesso, al contrario, vale per il vino rosso. C’è gente che si fa tranquillamente dei bianchi barricati da 14 gradi (tanto di cappello, intendiamoci bene, io per un Efeso di Librandi, o per un Quater di Firriato, [qui e qui le schede del nostro sommelier] estate o no, venderei mio fratello su e-bay) sotto l’ombrellone, per poi svenire in un bagno di sudore, ma poi, a cena, col fresco della brezza di terra, rifiutano sdegnosamente, che so, un Vertigo di Felluga, un rosso che coi crostacei è una assoluta meraviglia.

Poi c’è la moda dei rossi freddi con il pesce. Moda a cui aderisco, a volte, con vivo piacere. Per esempio, provate l’Ormeasco di Ramoino a otto/dieci gradi di temperatura, non di meno per cortesia, se no lo ammazzate.  Beh, con una decina di euro godrete una serata deliziosa, dall’antipasto con grissini e culatello, fino al roast-beef o, se bazzicate nella zona giusta, alla costina di abbacchio scottadito.

Ma se volete andare veramente e saggiamente controcorrente, allora fatevi una zuppa di verdura tiepida, aggiungetevi un bel cucchiaio di extra-vergine a crudo e stappatevi un Gualdo del Re [qui la scheda], sangioveto grosso in purezza di Val di Cornia, in santa pace. Alla faccia degli integralisti del vermentino.

Post post-Vinitaly

Al Vinitaly di quest’anno si assaggiava la ripresa. C’era tanto movimento, ma soprattutto entusiasmo: voglia di tornare a crederci e individuazione, nel vino, di una chiave forse più pronta di altre a riaccendere i motori del made in Italy.

E poi tante, tante idee, da quelle di packaging a quelle di prodotto: una passione che si sentiva con gli occhi, al naso e al palato, come un vino di freschezza e, insieme, speriamo, di vera struttura!

Un paio di esperienze su tutte: le degustazioni ai Vigneti Zabù, con l’Impari e il Passo a svettare per un incredibile rapporto qualità/prezzo. E poi il Pazzia di Farnese: un primitivo da urlo!

Carlo Ottaviano, Francesco Moser, Alberto De Martini e Pier BergonziFoto ricordo con Carlo Ottaviano (Direttore Editoriale di Gambero Rosso), il mitico Francesco Moser, io e Pier Bergonzi (Capo redattore centrale de La Gazzetta dello Sport).

Benvenuti

Era da un po’ che ci stavamo lavorando e finalmente la nostra creatura è online. Volevamo uno spazio in cui poterci confrontare con altri appassionati di vino, ascoltare le loro storie, condividere le nostre.

E’ con vero piacere, e con un pizzico di emozione, che vi diamo il benvenuto sul blog di Viniamo :-)

Qui proveremo a dare dei piccoli consigli di degustazione (sotto la sapiente guida del nostro sommelier), condividere curiosità e news sul mondo del vino, ma soprattutto cercheremo di realizzare un piccolo, ma ambizioso progetto: creare uno spazio in cui raccogliere le più belle storie di vino, le vostre storie.

Ci siamo dati poche, semplici regole di “buona educazione” e potete leggerle qui; mentre, per conoscere le persone che scriveranno su questo blog, potete dare un’occhiata in questa pagina.

Abbiamo anche una fanpage su facebook e un profilo su twitter, come punti di contatto per condividere i contenuti di questo blog e dialogare con tutti gli appasionati di vino.

Cos’altro dire? Buona navigazione e … tornate a trovarci presto :)

ode al vino meridionale

di Alberto De Martini, socio di Viniamo

Il bello, e soprattutto il buono dei vini italiani, sta nella personalità: ogni territorio esprime vini con caratteristiche assolutamente uniche, inimitabili e, con un pizzico di allenamento, inconfondibili. A questo proposito, parlare di vini meridionali tout court è forse un po’ superficiale, ma fino a un certo punto. C’è un dato comune ai buoni vini del sud che spesso me li fa preferire, come categoria, a priori, nel magico momento della scelta. Difficile definirlo, ma c’è. Non vorrei usare i termini tecnici, ma fra questi ce n’è uno che eleggerei a principale e trasversale a (quasi tutti) i miei purpurei eroi: vellutato. E’ quella sensazione che non mi stanco di provare con i vini del sud: quella di un abbraccio caldo e accogliente, senza spigoli e distanze, tipico, non a caso, anche delle persone che quel territorio abitano e quelle uve coltivano con sempre maggior passione e abilità.

Fra le molte zone amo, in particolare, quella campano-lucana e, sopra a tutti, i vini di uva Aglianico, nome che alcuni fanno derivare da “ellenico”, cosa che non sorprende poiché, senza alcun dubbio storico, oltre ad arte e cultura libresca, il nostro sud importò dagli achei preziosi tralci, ed arte e cultura enologiche. Altri sostengono che Aglianico viene da Aglaia, in greco “splendore”, e ci va altrettanto bene. Ma quel che più conta, oggi, è il prodigio sensoriale che si produce in noi al primo sorso di un Serpico o di un Taurasi (quello dei Feudi o il Radici di Mastro, cascate bene). Per dettaglio, il primo è una specie di guru-wine e vi costa sui 40 euro, i secondi sono espressioni perfette del vitigno, impreziosite da un trattamento speciale (invecchiamento di tre anni e altre regole da disciplinare) che li rendono degni della denominazione Taurasi, la quale sta ad Aglianico, per capirci, come Brunello a Sangiovese.

Ma se il vostro budget del momento è più basso, potete godervi le gioie dell’aglianico con gli 8 euro del Rubrato, sempre dei Feudi di San Gregorio, o col Vesevo, aglianico beneventano di grande soddisfazione, anche nel prezzo.

Per concludere, non posso dimenticare un capolavoro assoluto, un rosso del sud che, a mio parere, può reggere e vincere confronti con i grandi bordeaux e con i bordolesi nostrani, per intenderci, di stirpe Sassicaia. Non scomodo a caso gli uvaggi bordolesi, perché il leggendario Montevetrano (è lui, chi altri?) aggiunge ai classici vitigni di Guascogna, solo un dieci per cento di Aglianico, sì poco da sembrare un vezzo, una firma, ma tale non è. Semmai un ritocco, michelangiolesco.

Insomma, se volete il velluto del sud, potete scegliere fra vari e pregiati scampoli di tessuto. Ma sempre in grado di unire finezza e spessore: capacità rarissima nel mondo, ma diffusa fin nei capillari dei prodotti e delle genti del nostro mezzogiorno.