SPUMANTE, CLASSICO, BIOLOGICO, LAZIALE: UNA CHICCA CHE PIU’ CHICCA NON SI PUO’.

Cari amici del buon vivere e del buon bere, abbiamo l’onore di informarvi che la “chicca” di Viniamo di questo mese è una chicca che più chicca non si può.

Intanto è uno spumante metodo classico che viene dal Lazio, caratteristica che ne fa già un pezzo raro e, diciamolo, una notizia. L’idea, meritoria, visto soprattutto il risultato, è dell’azienda Carpineti, adagiata su un territorio estremamente ricco di qualità storiche, climatiche e geologiche.

La zona è infatti quella di Cori, una cittadina che risale al IV secolo avanti Cristo. Altitudine ed esposizione sono perfette per la coltivazione della vite finalizzata alla produzione di vino di qualità, e anche il terreno, vulcanico-tufaceo, aiuta a drenare l’acqua in eccesso garantendo agli anici un giusto tenore minerale e zuccherino.

Ma c’è di più, ed è l’impegno di Carpineti verso una filosofia produttiva 100% biologica. Noi non siamo estremisti del “bio”, perché il vino può essere sano e sicuro, anche utilizzando un po’ di chimica “buona”, ma, certo, se si riesce a farne di ottimo, sopperendo a quegli aiuti con un impegno quasi religioso verso la natura, che comporta doppia dedizione, attenzione e fatica, beh, tanto meglio, e tanto di cappello.

Ma la cosa bella è, che dopo tutti questi discorsi sul come e sul perché, il Brut di Carpineti è proprio buono. La generosità del vitigno autoctono Bellone (che si chiama così per la bellezza e la ricchezza dei suoi acini), i venti mesi di contatto in bottiglia con i suoi lieviti, l’osservanza rigorosa dell’antico metodo di Dom Perignon, rendono questa “bollicina” davvero notevole e noi, per tutte queste ragioni, l’abbiamo scelta per voi.

Perciò stappatela in grande serenità, chiudete gli occhi, e fatevi raccontare di nuovo, questa volta da lei, la sua nobile storia. A lieto fine.

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CARMENERE: GRANDEZZA DI UN UVA (QUASI) SCONOSCIUTA

La chicca di Viniamo di questo mese è una vera rarità. Non tanto per la bottiglia in sé, che viene prodotta in 60.000 esemplari, ma per il vitigno, che, pur avendo una storia nobile e antica, viene ora coltivato da pochissimi produttori in Europa.

Il Carmenere è infatti un fratellino del Cabernet, del Malbech, del Merlot: i vitigni che hanno reso grande il vino bordolese. Tutti derivano infatti dalla  Vitis Biturica, un’uva importata in Francia molti secoli fa dalla Dalmazia. Solo che la variante Carmenere fu sterminata dalla filossera a fine Ottocento e, in Francia, se ne persero le tracce. Ricomparve in Italia, come spesso accade alle decisioni di successo, per errore, scambiata per Cabernet Franc, e impiantata soprattutto in Veneto, dove, rilevate le sue straordinarie qualità, la prestigiosa azienda Inama la elesse a vitigno di riferimento per la produzione dei suoi rossi.

Ed eccone qua, per voi, l’espressione a nostro avviso migliore, a un prezzo di grande attrazione: il Carmenere Più, per l’appunto, di Inama.

Evidentemente gli Inama hanno visto giusto, individuando nella struttura argillosa dei Colli Iberici l’ambiente ideale per restituire al Carmenere la gloria perduta.  Un rendimento non intensivo, un’accurata selezione dei graspi e un invecchiamento di 24 mesi, di cui 12 in barrique, completano l’opera.

Il risultato  è un vino davvero speciale: il colore è rosso cupo con riflessi blu-violacei. Il naso è elegante di piccole bacche scure, cacao e pepe nero. Al palato è equilibrato, di ottima freschezza, fruttato senza impedimenti tannici.
Il “Più” si esprime al meglio con i salumi (se li trovate, meglio quelli tipici dei Colli Berici: soppresse, pancette e salami all’aglio), ma è perfetto anche con la carne, massime le grigliate di maiale.

Ordinatelo con fiducia: uscirete per una volta dalle  solite strade e scoprirete un nuovo piacere, insieme semplice, raro e raffinato.

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UN GRANDE ROSSO, DOVE NON TE LO ASPETTI.

Nel mondo del vino, e non solo, il nome del territorio vale quanto, e a volte di più, di una marca. D’altronde proprio “territorio” è uno dei significati originari della parola marca. Basta pensare alle Marche o alla Marca Trevigiana. In termini di marketing (parola con la stessa radice), un vino gode quindi di un pregiudizio positivo o negativo, a seconda del territorio da cui proviene.

Ebbene se vi dico Lunigiana, a che cosa pensate? Ma sì, quei buoni vinelli bianchi da bere col pesce, sulle spiagge della Versilia. Giusto, per carità: il Vermentino è una delle bandiere della Lunigiana enoica e in genere è un bianco, come si dice, beverino… Però attenzione ai pregiudizi. Perché il signor Bosoni, proprietario e animatore proprio di quell’azienda, Lunae, di cui avrete bevuto ettolitri di vermentino sgranocchiando canocchie nella brezza fresca delle Apuane, si è messo lì come fanno i lunigiani, niente distrazioni o scorciatoie, e l’ha fatto. Cosa? Sì signori, un grande rosso, e tutto in onore del suo territorio.

Si comincia col nome: Niccolò V, in onore del papa nativo di Sarzana. Si procede con i cru, situati nei comuni di Ortonovo e Castelnuovo Magra e con l’uvaggio, che, oltre ai doverosi (per un rosso con ambizioni da super-tuscan, seppur di confine) Sangiovese e Merlot, accoglie il Pollera Nero, autoctonissimo vitigno della Val di Magra.

E come si conclude? Perbacco, nel vostro bicchiere, dove questa perla rara e preziosa esibirà stoffa ed eleganza: qualcosa di noto in cui riecheggiano  grandi maremmani come il Grattamacco o il Guidalberto  e qualcosa di suo che, come per tutti i prodotti di grande personalità, sfugge a definizioni standardizzate e si affida al vostro palato per essere vissuto, accolto, e capito.

Perciò provatelo, questo Niccolò V e non stupitevi se, appena dopo, vi verrà voglia di impartire benedizioni, urbi et orbi.

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Pactio. Il vino che non ha una storia. Ne ha due.

E’ così. Questa deliziosa rarità, di cui come d’abitudine, per accontentarvi tutti, vi offriamo una sola bottiglia in una confezione da sei (se per gli altri cinque vini volete un consiglio, siamo qua) non ha una lunga storia: la tenuta Fertuna sembra caduta pochi giorni fa da Marte su un’area assolata e disabitata della Maremma. Il nome Fertuna non viene da nulla: suonava bene. Ma il nome del vino contiene un indizio. Pactio in latino è stringere un accordo, un patto. Fra chi? Ecco allora la storia, anzi le due storie di questo affascinante, misterioso vino. Il Giano Bifronte raffigurato in etichetta allude a due personaggi clamorosi nella storia del vino italiano: niente meno che il Marchese Niccolò Incisa della Rocchetta, padre del Sassicaia, e il Gran Commerciante Giuseppe Meregalli, protagonista assoluto della divulgazione e valorizzazione del vino italiano di qualità.

I due, amici e complici di tante gloriose avventure, un giorno decidono, finalmente, di fare vino insieme. Da zero. Scelgono il posto (d’istinto, sostengono, ma il loro non dev’essere un istinto qualsiasi), si danno un nome (a caso, sostengono, ma cosa c’è di casuale nei loro successi?), e via.

Oggi i risultati di questa (finta) improvvisazione sono sotto gli occhi di tutti: una collezione di bottiglie una più riuscita dell’altra che sa tanto di ennesima sfida stravinta.

Fra i nuovissimi gioielli di Fertuna noi abbiamo scelto il Pactio, perché ci è piaciuta l’armonia di questo tipico blend da supertuscan (60 Sangiovese, 20 e 20 Merlot e Cabernet Sauvignon) potenziato il giusto da quattro mesi di barrique. Un vino di naso e palato importanti, ma senza mai sconfinare nell’eccesso. Insomma un gioiello di equilibrio, nel gusto e anche nel prezzo: insomma, un’opportunità da non perdere per partecipare ad una “non-storia” di grande prestigio.

Vuoi assaggiarlo?: www.viniamo.it/695-pactio.html

AMBRAE DEL POLIZIANO, UN BIANCO PIU’ UNICO CHE RARO.

Amici del buon bere e del buon vivere, la chicca di Viniamo di questo mese vi farà particolarmente felici. Sia sul piano dei sapori, sia su quello dei saperi. Si tratta infatti di un bianco sperimentale, e per questo molto raro, tentato (e Dio sa quanto ben riuscito!) dal grande Carletti dell’azienda Poliziano sita in Montepulciano.

L’azienda e la zona sono infatti notoriamente vocate ai rossi e in particolare al Nobile di Montepulciano, magnifica variazione, così come il Chianti, il Brunello di Montalcino e il Morellino di Scansano (per restare in Toscana) sul tema del vitigno Sangiovese, qui di casa sotto il nome di Prugnolo Gentile.

Ma un grande appassionato come Carletti non poteva non tentare, anche solo per curiosità, una sua via al bianco. Per farlo, ha dedicato piccoli appezzamenti a una notevole varietà di uve a bacca bianca: Chardonnay, Sauvignon, Riesling, Gewurztraminer, Ribolla e Semillon. Poi, quando le ha viste belle pronte, le ha unite in matrimonio, ottenendone un figlio di qualità assolutamente strepitosa.

Il suo nome, Ambrae, è ispirato a un corso universitario tenuto a fine ‘400 presso l’università di Firenze dal Poliziano, poeta e uomo di così grande cultura da essere chiamato dal Magnifico a far da precettore ai figli Piero e Giovanni. Il sommo si chiamava in realtà Angelo Ambrogini, ma fu detto il Poliziano dal nome antico della sua città natale, Monte Policiano, oggi, Montepulciano.

Insomma, come per molti vini, una gran bella storia, che però varrebbe poco o niente se non finisse in gloria e godimento dei nostri nasi e dei nostri palati.

Ed è così che, per nostra fortuna, finisce la storia dell’Ambrae: vino che converge al naso i profumi dei suoi nobili vitigni in una miscela unica che ti affascina fin quasi a stordirti, e poi si conferma al palato combinando in modo sorprendente doti di freschezza e di struttura. Perciò, amici,  ordinate serenamente questo rarissimo capolavoro e brindate a un’estate dorata, alla salute dei principi e poeti di un tempo che fu, ma soprattutto dei bravi vignaioli di oggidì.

Vuoi assaggiare? Clicca qui: www.viniamo.it/694-ambrae.html