Zabib, in arabo, significa uvetta, uva passita. Furono i Fenici a portare dall’Egitto a Pantelleria, qualche migliaio d’anni fa, quell’uva che ora chiamiamo Zibibbo, o Moscato d’Alessandria. Ma, se il nome Moscato indica solo una varietà d’uva, il termine Zibibbo contiene già un’indicazione d’uso. Dice: fatela passire, e vedrete…E infatti abbiamo visto, e bevuto tutti, i magnifici Passiti di Pantelleria, vini dolci perché fatti con uva, come dicono i colti, surmatura.
Ma che cosa succede, amici di Viniamo, se quell’uva vien fatta maturare il giusto, e poi spremuta in modo classico, e poi messa a vinificare in tini d’acciaio per quattro mesi, come si farebbe con grappoli di Pinot Grigio o di Chardonnay? L’esperimento, che sa di eccitante eresia, l’ha compiuto, pensate, proprio il sommo sacerdote del passito, il produttore che nel 1880, sull’erba marsalese ancora schiacciata dagli anfibi dei Mille, fondò un’azienda vinicola che oggi risplende, in gran parte per la grandezza dei suoi vini dolci, di meritata fama italiana e mondiale: Pellegrino.
Il risultato? Giudicatelo voi. Per noi di Viniamo è stata una meravigliosa sorpresa. Il Gibelé premia il coraggio trasgressivo e geniale di un produttore tanto antico quanto moderno, perché sorretto e sospinto dalla passione, unico ponte praticabile verso il bello, il giusto, il nuovo. Il Gibelé è un vino secco unico al mondo. Anche un profano ne rimane colpito, perché il suo profumo di agrumi, rampicanti di primavera e pesca bianca ti coglie anche se non lo cerchi e la sua lunga, incredibile persistenza aromatica continua a parlarti, anche quando smetti di ascoltarla.
Provatelo, per l’amor del cielo, in onor vostro e di una grande storia che merita di essere gustata, a piccoli sorsi.
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