Miracolo a Mazara del Vallo: nasce l’Amarone di Sicilia.

'A naca di Calatrasi

È in arrivo la nuova chicca di viniamo.it: come ormai sapete, un vino raro e dalle caratteristiche uniche, selezionato dai nostri esperti e acquistabile in un solo esemplare all’interno di un ordine da sei bottiglie.

Si chiama ‘A Naca ed è uno specialissimo Nero d’Avola in purezza, vera perla della cantina di San Cipirello di proprietà dell’azienda vinicola Calatrasi.

Il processo produttivo prevede la raccolta di uve surmature, per le quali, nell’assolata Sicilia occidentale, basta attendere fino ai primi di ottobre. Le uve vengono raccolte a mano in una zona dedicata, all’interno del vigneto di Mazara del Vallo. Il vino ottenuto dalla lavorazione viene poi lasciato in barrique e tonneaux. Qui trascorre 15 mesi. Infine, dopo due mesi di affinamento in acciaio, passa da quattro a sei mesi in bottiglie per poi, finalmente, mettersi a disposizione dei suoi pochi e fortunati consumatori.

Il risultato è un vino con tutte le meravigliose qualità che hanno fatto amare il Nero d’Avola a tanti appassionati (la morbidezza e i sentori di viola su tutti) ma a queste, grazie proprio ai tempi di vendemmia e alla accurata vinificazione, aggiunge caratteristiche che lo avvicinano addirittura all’Amarone, malgrado una distanza di coltivazione di oltre mille chilometri!

Abbiamo assaggiato ‘A Naca al Vinitaly a ne siamo stati folgorati. Perché ‘A Naca ha proprio quello che si spera di trovare in un grande vino: non solo il piacere del gusto e del profumo, ma l’emozione di trovarsi di fronte a un fenomeno unico, frutto dell’incontro magico e irripetibile fra le peculiarità di un territorio e il genio e la passione di un produttore.

Scopritelo su: http://www.viniamo.it/660–a-naca.html

Capire il vino aumenta il piacere?

Riprendo un articolo scritto per Gazzetta.it circa un mese fa. Spero vi piaccia :)

“Io sono curioso. Non so se applico la mia curiosità anche alla passione per il vino, oppure se anche la mia passione per il vino è dovuta alla curiosità. Poco importa. Sta di fatto che mi rendo conto di replicare uno stesso tipo di approccio a diverse forme di piacere. Per esempio: alle montagne, agli alberi, agli uccelli, al vino.

Quanto entro in contatto con una di queste cose (e anche con altre che non cito per non rendere l’elenco interminabile e quindi inutile, come ogni elenco che non esclude nulla) avverto contemporaneamente due sensazioni. Una è piacere immediato. L’altra è desiderio di amplificare quel piacere con il contributo del cervello, cercando di ricordare, o di scoprire, qualcosa di più di ciò che, già nella sua isolata nudità, mi fa sentire bene, ma (lo sento e lo so) può farmi sentire ancora meglio.

Allora voglio sapere che montagna è: se è il Pelmo o il Civetta, se è più alto o più basso dell’Antelao e se domina la valle di Agordo o il Passo Giau.

Voglio sapere se è un pino o un abete, e che differenza c’è tra un pino e un abete, e scoprire che improvvisamente, dopo cinquant’anni di nomi dati a caso, ora lo so: l’abete ha foglie ad ago singolo, il pino a ciuffi. Che bello!

E quella è una cinciallegra, perché ha un verso bitonale, e va in giro con il suo compagno, per nulla maschilista visto che cova e nutre i piccoli alternandosi a lei.

Infine, e siamo a noi, voglio sapere tutto di questo Sfursat della Valtellina [qui la scheda di un grande Sfursat]. Innanzitutto chi si è sforzato? L’uva o il viticoltore? Tutti e due: l’uva a restare ancora un po’aggrappata alla vigna, quasi a passire. Il viticoltore ad attendere quei pochi giorni in più, per cogliere il momento magico in cui il Nebbiolo (ohibo’, vecchio amico piemontese, che ci fai qui,tra i bricchi dei Lumbard?) dà il meglio di sè.

E adesso versarlo in un bicchiere a gambo lungo e nuovamente chiedermi perché? Ma certo, per tenerlo lontano dal calore, ma anche dall’odore della mia stessa mano!

Poi odorarlo e provare a cogliere quei profumi di cui i sommelier si riempiono la bocca, certo, ma prima ancora il naso. E sentili! Allora, per Bacco, non son fandonie! Eccola la crosta di pane, la liquerizia e persino la frutta secca!

E quando poi fai scorrere sulla lingua e attorno ad essa, e poi contro il palato quel granato nettare di uomo, di storia e di natura, e riconosci i tannini della vite e del legno del barrique e quella misteriosa, magica nota di vaniglia, allora vuoi dirmi, amico mio, se il capire e il sapere davvero riescono a valicare l’arido confine dell’intelletto e nutrire di nuovi impulsi il piacere dei sensi? O se invece è mera illusione, e il mio Sfursat sarebbe altrettanto godibile col suo semplice esistere, così com’è?

La risposta, direbbe qualcuno, scivola nel vento. Già, ma di libeccio o di maestrale?”

Ps: il post originale lo trovate qui.

Ma d’estate davvero niente rosso?

A me, ve lo dico, è sempre sembrato strano. Com’è strano che col freddo non si mangi il gelato. Ma che, il gelato te lo spalmi addosso? No, te lo mangi. E produce un sacco di calorie! Per questo mi potete tranquillamente veder passeggiare per Corso Vercelli, sotto la neve con un cono crema e caffè di Grom appena servito.

Lo stesso, al contrario, vale per il vino rosso. C’è gente che si fa tranquillamente dei bianchi barricati da 14 gradi (tanto di cappello, intendiamoci bene, io per un Efeso di Librandi, o per un Quater di Firriato, [qui e qui le schede del nostro sommelier] estate o no, venderei mio fratello su e-bay) sotto l’ombrellone, per poi svenire in un bagno di sudore, ma poi, a cena, col fresco della brezza di terra, rifiutano sdegnosamente, che so, un Vertigo di Felluga, un rosso che coi crostacei è una assoluta meraviglia.

Poi c’è la moda dei rossi freddi con il pesce. Moda a cui aderisco, a volte, con vivo piacere. Per esempio, provate l’Ormeasco di Ramoino a otto/dieci gradi di temperatura, non di meno per cortesia, se no lo ammazzate.  Beh, con una decina di euro godrete una serata deliziosa, dall’antipasto con grissini e culatello, fino al roast-beef o, se bazzicate nella zona giusta, alla costina di abbacchio scottadito.

Ma se volete andare veramente e saggiamente controcorrente, allora fatevi una zuppa di verdura tiepida, aggiungetevi un bel cucchiaio di extra-vergine a crudo e stappatevi un Gualdo del Re [qui la scheda], sangioveto grosso in purezza di Val di Cornia, in santa pace. Alla faccia degli integralisti del vermentino.

Post post-Vinitaly

Al Vinitaly di quest’anno si assaggiava la ripresa. C’era tanto movimento, ma soprattutto entusiasmo: voglia di tornare a crederci e individuazione, nel vino, di una chiave forse più pronta di altre a riaccendere i motori del made in Italy.

E poi tante, tante idee, da quelle di packaging a quelle di prodotto: una passione che si sentiva con gli occhi, al naso e al palato, come un vino di freschezza e, insieme, speriamo, di vera struttura!

Un paio di esperienze su tutte: le degustazioni ai Vigneti Zabù, con l’Impari e il Passo a svettare per un incredibile rapporto qualità/prezzo. E poi il Pazzia di Farnese: un primitivo da urlo!

Carlo Ottaviano, Francesco Moser, Alberto De Martini e Pier BergonziFoto ricordo con Carlo Ottaviano (Direttore Editoriale di Gambero Rosso), il mitico Francesco Moser, io e Pier Bergonzi (Capo redattore centrale de La Gazzetta dello Sport).

L’Amarone Classico di Bertani

Nell’augurare a tutti un lieto fine settimana, colgo l’occasione per parlarvi di un vino davvero speciale.

L’Amarone Classico di Bertani è un vino senza tempo, un “classico” per eccellenza , un “must” da avere nella propria cantina.

Prodotto fin dal 1958 con la stessa dedizione e con uno stile inconfondibile, l’Amarone Bertani nasce dalle colline della splendida Villa Novare in Valpolicella, da vigneti dedicati solo alle uve da appassimento.

L’affinamento in grandi botti per almeno sei anni completano la magia e lo rendono un vino stabile, strutturato e uno dei vini rossi più longevi al mondo.

L’Amarone di Bertani va provato almeno una volta nella vita!